Il processo creativo di David Lynch, il padre di Twin Peaks

Matteo Ferretti
2 Ottobre 2020
News

Cosa si nasconde dietro al processo creativo del padre di Twin Peaks? Scopriamo insieme il meraviglioso mondo di David Lynch?

David Lynch in questi giorni è tornato sul grande schermo con la versione restaurata di uno dei suoi capolavori, The Elephant Man, pellicola cult del 1980, che alla cerimonia di premiazione degli Oscar ricevette otto candidature, ma nessun premio. Quell’anno, infatti, il film vincitore dell’ambita statuetta fu Gente comune e, a tal proposito, un profetico Mel Brooks affermò: “da qui a dieci anni Gente comune sarà la risposta ad un gioco di società, ma la gente andrà ancora a vedere The Elephant Man”. 

Tra tutte le pellicole del Maestro, The Elephant Man e The Straight Story sono sicuramente quelle caratterizzate da una storyline più lineare e – per così dire – convenzionale. Il cineasta del Missoula, infatti, spesso definito il regista dell’inconscio, è noto per il suo surrealismo, le scene oniriche e deliranti e le trame intricate, spesso incomprensibili.

Proprio pochi anni fa, tre per l’esattezza, il regista ha fatto nuovamente parlare di sé grazie alla messa in onda della tanto agognata terza stagione di Twin Peaks. I fan di tutto il mondo andarono in visibilio: il Maestro aveva mantenuto la promessa.

Laura Palmer, infatti, nell’ultima puntata della seconda stagione, disse “ci vediamo tra 25 anni, agente Cooper”, e così, 25 anni dopo (o poco più), Lynch ci ha fatto dono di un’altra sua creatura, permettendoci di varcare nuovamente le soglie della cittadina di Twin Peaks, porta d’ingresso di un universo both wonderful and strange

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Ma nulla, in realtà, è come ricordavamo, o quasi. Le atmosfere sognanti degli anni ’80 sono sfumate per far posto a visioni più tetre e inquietanti; le musiche di Angelo Badalamenti sono quasi del tutto scomparse; le stradine di Twin Peaks sono ormai solo un ricordo tra i grattacieli di Los Angeles e Chicago, e Cooper… tutto ciò che amavamo di lui sembra ormai perduto o ridicolizzato. 

La reazione di tanti fu di sdegno: anni di attesa per poi trovarsi di fronte ad un prodotto così diverso dall’originale. Perché? La risposta è semplice.

Nessuna delle opere di Lynch è concepita per compiacere il grande pubblico.

Grazie a lui ci addentriamo in mondi sconosciuti, di cui egli è demiurgo, in cui conigli antropomorfi guardano la televisione, i gufi non sono quello che sembrano e i ceppi hanno qualcosa da dire. Ogni film è un viaggio privilegiato nella sua mente, un’esperienza fortemente personale e intima, uno stato d’animo più che una semplice visione. Le sue opere non somigliano a niente di già visto. Si passa da immagini disturbanti e astratte, cavalli bianchi sullo sfondo di tende rosse, all’iperrealismo, quando, sfondando il muro della quarta parete, ci catapulta direttamente negli anfratti più reconditi del nostro inconscio, nei nostri sogni, o, forse, nei nostri incubi, rendendo palpabili sentimenti quali la paura, il dolore, l’angoscia, ma anche la speranza di poter uscire dall’oscurità, sopra l’arcobaleno del Mago di Oz.

La trama diventa secondaria, i tentativi di attribuirle un significato univoco vani. L’opera d’arte, scevra da qualunque condizionamento, non ha bisogno di attributi o spiegazioni, ma basta a se stessa. Ciò che importa sono soltanto le sensazioni che permeano e avvolgono lo spettatore, a volte opprimenti, come una seconda pelle che vorremmo strappare di dosso, a volte confortevoli, come una coperta sotto cui troviamo rifugio in inverno.

Perché pretendere di trovare un senso ad un’opera quando accettiamo, invece, che proprio la vita appaia, a volte, così priva di significato?

E così, senza preoccuparsi di rimanere entro gli angusti confini della ragionevolezza e della linearità, il Maestro, nelle sue opere, si abbandona al flusso della propria creatività, accogliendo le idee, che – come egli stesso afferma – arrivano nella maniera più impensata: basta tenere gli occhi aperti.

È il caso della Loggia Nera di Twin Peaks, che nacque da una visione inaspettata: era estate, Lynch si trovava in un parcheggio, quando appoggiò la mano sul tettuccio di un’auto e apparve la “stanza rossa”, i personaggi che parlano e si muovono al contrario e, infine, alcuni dialoghi. Se ne innamorò. Lo stesso avvenne per Velluto Blu: sul primo tassello del puzzle, che lasciò intravedere tutto il resto, c’erano solo labbra rosse, la canzone Blue Velvet interpretata da Bobby Vinton e un orecchio in un campo. Nient’altro. 

Non a caso si parla di puzzle.

Per Lynch, infatti, le idee raramente vengono concepite tutte in una volta, ma più spesso, come accade a lui, arrivano in frammenti.

È come se noi fossimo in una stanza – spiega il cineasta – e nella stanza accanto ci fosse un puzzle completo, che non riusciamo a vedere; improvvisamente qualcuno ce ne lancia un pezzo, poi un altro, poi un altro ancora. Da questi frammenti di idee – alla base del processo creativo di ogni artista, fonte di ispirazione e regalo inaspettato da cogliere – nasce la sceneggiatura e, successivamente, il film. Da quel momento bisognerà solo impegnarsi affinché il risultato finale, l’opera, abbia lo stesso aspetto, gli stessi suoni, la stessa atmosfera dell’idea. 

Talvolta all’artista sembrerà che le idee tardino ad arrivare, ma, come ricorda il Maestro, vivere una vita d’arte significa saper aspettare, essere liberi di dare alle cose positive il tempo di accadere e, soprattutto, avere il coraggio di non rimanere in superficie.

“Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se vuoi prendere un pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Laggiù i pesci sono più forti, più puri. Sono enormi e astratti. Davvero stupendi”.

Immergendosi in questo oceano di pura coscienza e pura ricettività, Lynch riesce, in ogni sua opera, a mettere in scena e catturare l’inafferrabile: la nostra mente.

Arte, creatività, david lynch

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