Bobby Fischer e la mossa del matto

Avevo sentito parlare di Bobby Fischer: campione del mondo di scacchi statunitense – tutt’ora, l’unico – che sconfisse il maestro sovietico Boris Spassky nel 1972, dopo almeno trent’anni di predominanza russa sulla scacchiera.
26 Luglio 2022

Tuttavia non conoscevo la storia nei suoi particolari, e di questo devo ringraziare un mio cliente che mi ha consigliato questo bellissimo libro di Alessandro Barbaglia intitolato “La mossa del matto”: il libro racconta appunto la vita di Fischer ma soprattutto offre una bellissima fotografia di quella che era la sua mente, così geniale e così tormentata nello stesso tempo.

Per avere un’idea sullo straordinario talento di Fischer basti pensare che imparò a giocare a scacchi all’età di sei anni, leggendo il libretto di istruzioni.

Il ragazzo non tardò a farsi notare: dalle vittorie nei campionati juniores statunitensi si arrivò presto alle vittorie in ambito internazionale, fino al famigerato match con il campione russo in carica.

Purtroppo, mano a mano che Fischer macinava vittorie e mentre la sua abilità negli scacchi cresceva e si arricchiva dell’esperienza delle partite disputate, la sua mente iniziava a scricchiolare, mostrando – tra crepe quasi invisibili – le fragilità di un uomo cresciuto troppo in fretta e incapace di gestire le sue stesse emozioni.

In piena guerra fredda, la partita finale tra Fischer e Spassky somigliava più a un preludio per la terza guerra mondiale; la serie tv recentemente trasmessa da Netflix, “La regina di scacchi”, è un palese riferimento alla vita sportiva del grande campione americano.

Durante lo svolgimento della finale non mancarono le follie di Fischer: fino all’ultimo momento gli organizzatori, pressati da continue e assurde richieste dell’americano, non sapevano se si sarebbe davvero presentato al match.

Addirittura, durante l’incontro, Fischer minaccia di abbandonare per il ronzio fastidioso delle telecamere (tantissime, a dire il vero) che riprendevano l’incontro; ci volle tutta la pazienza degli organizzatori (e del suo avversario) per far proseguire la finale… in una sala secondaria, senza pubblico, nel palazzetto in cui si stava disputando il memorabile incontro.

In un film del 2014 in cui Bobby Fischer è interpretato da Tobey McGuire, il personaggio di Bill Lombardy esclama: “Fischer non aveva paura di perdere, ma aveva paura di cosa sarebbe successo se avesse vinto”.

Quando Fischer battè il suo avversario, la sua vittoria venne ovviamente strumentalizzata dal governo americano. Gli scacchi, grazie a Fischer, che ormai era diventato una celebrità, ebbero un’impennata di successo pazzesca, e gli iscritti nelle varie scuole americane triplicarono i loro iscritti.

Eppure, da quel momento, Fischer non fu più lo stesso: fu come se, una volta raggiunta la vittoria più grande, non avesse più avuto un motivo per andare avanti. Il mondo ai suoi occhi era sempre più incomprensibile, non accettava l’idea di essere divenuto un “simbolo del predominio americano”: aveva un’idea utopistica del gioco degli scacchi ma nessuno sembrava comprenderla.

Iniziò a rifiutare contratti di sponsorizzazione milionari, continuò con pressanti richieste di modifiche al regolamento internazionale… e ciò gli costò la rinuncia alla partecipazione nei vari campionati fino alla conseguente perdita del titolo.

La sua spasmodica ricerca di perfezione era arrivata troppo in profondità, la vittoria su Spassky divenne un terremoto dai danni irreversibili. Le crepe si trasformarono in squarci e l’abisso ebbe il predominio sulla razionalità.

Di colpo è come se gli scacchi non fossero più lì a salvarlo: i rapporti sociali si aggravarono, la famiglia, i colleghi e gli sponsor lo abbandonarono… nel frattempo Fischer diventava sempre più paranoico e sospettoso nei confronti di tutti.

Non gli fu mai diagnosticata ufficialmente nessuna malattia mentale: il suo carattere eccentrico, la solitudine e le difficoltà nelle relazioni sociali portarono a pensare che Fischer fosse affetto dalla Sindrome di Asperger.

Tra le tante pseudo-diagnosi formulate su Fischer, fanno chiarezza le parole pronunciate da uno dei suoi (rari) amici, lo psichiatra islandese Skùlason: “Fischer aveva una mente problematica, era incapace di chiedere aiuto e dunque incapace di risolvere traumi pregressi che gli hanno provocato paraonie, paure e sospetti verso tutto e tutti”.

In un’intervista in un programma televisivo, Fischer, in un momento di lucidità, una volta disse: “Quello che contraddistingue i giocatori veramente grandi è che continuano a insistere finché non raggiungono il loro obiettivo”.

L’ossessione è il passaggio finale, l’ultima trasformazione, di ciò che una volta era identificabile come passione.

Questa capacità dell’uomo, di oltrepassare i propri limiti, fino ad arrivare all’autodistruzione, da sempre, mi spaventa e mi affascina, in egual misura.

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