La spietata leadership di Thomas Shelby: cosa accadrà ai Peaky Blinders?

A tale scopo abbiamo visto fallire diversi protagonisti di serie TV. Penso a Walter White di Breaking Bad e Jackson Teller di Sons of Anarchy. Eppure questi personaggi sono legati dal pesante fardello caricato sulle spalle dai loro ideali, a tal punto da smettere di chiedersi se il fine giustifichi i mezzi

Walter White, interpretato da Bryan Cranston, in una scena della serie TV “Breaking Bad”

Thomas Shelby si contraddistingue per la sua leadership silenziosa: nonostante abbia istituito un consiglio di amministrazione composto dai suoi stessi familiari, Thomas è una persona ossessivamente riservata, ma sempre con una strategia nella manica. Spesso non la rende nota nemmeno ai suoi parenti, proprio per lasciarli interpretare un ruolo convincente nel suo teatrino fatto di inganni e colpi di scena.

Non è questione di sfiducia, Thomas ne soffre fortemente, ma spesso è l’unico modo per proteggere le persone più care intorno a lui e, tra tutti i Peaky Blinders, lui è l’unico capace di reggere questo peso, oltre a quello delle ferite riportate dalla prima guerra mondiale.

Ciò che mi ha notevolmente colpito è la cura che Thomas Shelby investe per ogni persona, anche la meno importante, come la sua cameriera o il suo cocchiere. Nonostante la sua mente sia sempre impegnata (e preoccupata), Thomas dimostra di essere un acuto osservatore, giudica l’operato e la lealtà di ogni personaggio e a tempo debito sa come ricompensare o vendicare le sue azioni. Non lascia mai nulla al caso.

Thomas Shelby in una scena della serie TV “Peaky Blinders”

I rumori della guerra non cessano di scomparire dalla sua mente e molto probabilmente questo conflitto interiore gli darà la forza per continuare la sua attività, soprattutto nei momenti decisivi per la sopravvivenza della famiglia.

Molti familiari proveranno a convincere Thomas a godersi una meritata vacanza, ma lui non vuole fermarsi, mai. Riuscirà a toccare con mano i propri limiti? Molto spesso risponde:

The man I can’t defeat.
L’uomo che non posso fermare.

Molto probabilmente Thomas Shelby allude ad un giovane Adolf Hitler che nella sesta stagione sarà interpretato da Rowan Atkinson.

Staremo a vedere chi sarà quell’uomo che varcherà i confini dei Peaky Blinders e in particolare di Thomas Shelby: forse proprio lui stesso.

I Peaky Blinders

Scrivere è importante, e Mary Poppins lo sapeva!

In questo senso la scrittura diventa un mezzo fondamentale per focalizzare la nostra attenzione verso questa introspezione. Ed i benefici sono innumerevoli. 

Scrivere ci aiuta ad allenare la memoria, migliorando il nostro apprendimento e la comprensione di fronte a temi inesplorati. La scrittura, infatti, incide notevolmente sui nostri neuroni durante il processo di assimilazione della conoscenza. Inoltra stimola la creatività e abbassa i livelli di stress nel caso in cui si utilizzi la scrittura come mezzo di sfogo. Ed infine ritengo che scrivere e rileggersi nel corso del tempo aiuta a comprenderci e conoscerci, riesplorando le nostre riflessioni da un punto di vista diverso, più esterno: non siamo mai uguali a un istante prima.

Vi capita mai di rileggere i vostri appunti e volerli cambiare? 🙂

Personalmente, sono un grande fruitore di film e devo ammettere che mi hanno colpito pochi film riguardo la scrittura, uno dei quali è “Scoprendo Forrester”, dove William Forrester (interpretato da un fantastico Sean Connery), uno scrittore autorecluso ed estraniato dalla realtà, diventa il mentore di Jamal Wallace (Rob Brown), un giovane romanziere di colore.

Ma la pellicola che mi ha letteralmente squarciato il petto è stata “Saving Mr. Banks” (disponibile in streaming su Disney Plus). Questo film non è altro che il dietro le quinte del musical “Mary Poppins” e di come l’autrice dell’omonimo libro, Pamela Travers, abbia ceduto i diritti dei suoi personaggi a Walt Disney per crearne una pietra miliare dell’universo Disney.

In foto Pamela Travers, la “madre” di Mary Poppins

Nel film, tra i vari temi, emerge il potere terapeutico della scrittura e quanto sia stato determinante per Pamela Travers riconciliarsi con la sua adolescenza turbolenta proprio grazie alla realizzazione dei suoi romanzi, ed in particolare alle vicende di Mary Poppins. 

Pamela Travers è lo pseudonimo di Helen Lyndon “Guinty” Goff, scrittrice australiana naturalizzata britannica. Il padre, oltre a lavorare in banca, soffriva di alcolismo che lo portò alla morte prematura. 

Ecco perché per Pamela Travers è importante la figura immaginaria di Mary Poppins. Mary Poppins rappresenta la chiave di svolta per perdonare e salvare definitivamente il padre di Pamela, a cui Mr. Banks si ispira.

Ecco cosa dirà Pamela a Walt Disney durante l’ennesimo tentativo di convincere l’autrice a cedere i diritti dell’opera:

“Perché Mary Poppins è andata proprio in quella casa? Secondo lei Mary Poppins è andata a salvare i bambini? Non sono i bambini che lei viene a salvare, ma il padre. Suo padre”.

E molto probabilmente Mary Poppins salverà anche Elias Disney, il padre severo di Walt. Finalmente anche Walt Disney si riconcilierà con il suo passato: ecco perché ha insistito fortemente che Mr. Banks avesse i baffi.

Elias Disney, Walt Disney e Mr Banks
In foto, partendo da sinistra, Elias Disney (padre di Walt), Walt Disney e Mr Banks

Bella prof!, l’ora di religione… con 70.000 studenti

La sua pagina Facebook Bella prof! è una community di oltre 70.000 persone, il suo canale YouTube ha oltre 21.000 iscritti e alcuni dei suoi video hanno registrato visualizzazioni da capogiro… non tenendo conto del fatto che trattano argomenti piuttosto impegnativi quali “Perché vale la pena essere Cristiani secondo Pascal” o “La Chiesa è contro Halloween?”.

Qualche giorno fa abbiamo avuto il piacere di averlo come ospite nel nostro studio, ne abbiamo approfittato per conoscerlo meglio e per raccontare la sua storia.

Gianmario abbiamo notato che nei tuoi video non porti mai il colletto ecclesiastico. Come mai questa scelta?

Perché se lo mettessi durante i miei video molte persone mi darebbero addosso a prescindere da ciò che dico, giudicandomi solo in base al ruolo che rivesto… altri mi eleggerebbero come fenomeno, e non è questo il mio obiettivo.

E qual è allora il tuo obiettivo?

Voglio aiutare la gente a riflettere. In realtà rifletto anche io… mentre faccio riflettere. Voglio costruire relazioni con le persone e per farlo ritengo sia importante utilizzare anche gli strumenti che internet ci mette a disposizione. 

Gianmario Pagano intervista don Marco Frisina

Il tuo stile di comunicazione è semplice e confidenziale.

Per essere un buon comunicatore devi riuscire a trasmettere te stesso. Faccio sempre molta attenzione alle persone che mi seguono, cerco di non urtare la loro suscettibilità. Un po’ come accade per il missionario: sei tu che entri nel loro mondo… devi saper comunicare con te stesso, prima di riuscire a comunicare con gli altri. 

La sensazione che abbiamo guardando i tuoi video è che, anche se sei un professore, non sali semplicemente in cattedra a spiegare la lezione…

Un buon insegnante non è quello che ti dice come stanno le cose, ma colui che ti introduce in un mondo dove tu stesso puoi scoprire cose.

Un buon insegnante deve essere liberante, deve fornire gli strumenti.

Ho avuto la fortuna di frequentare diversi ambienti che mi hanno aperto la mente… ogni contesto è a sé, segue delle regole proprie e l’adattamento avviene anche – e soprattutto – nella comunicazione.

Siamo molto curiosi di saperne di più su questi ambienti che hanno aperto la tua mente e che ti hanno portato a una visione così innovativa del ruolo di insegnante…

Sono diventato prete nel 1987. Per tanti anni sono stato viceparroco, poi ho iniziato a insegnare. Negli anni ‘90 sono entrato nel mondo del cinema e della tv, prima come consulente per Ettore Bernabei, poi come sceneggiatore freelance: ho seguito molte produzioni come Lux Vide per Le storie della Bibbia. 

Sono un esploratore di mondi. Ho lavorato sul set, in sala montaggio, ho imparato a conoscere il meraviglioso mondo del cinema. Mi sono avvicinato al teatro, ho adattato i testi per il musical La Divina Commedia portata a teatro con le musiche di Marco Frisina. 

Non hai il timore che qualcuno possa fraintendere il tuo ruolo e attribuire la tua presenza sui Social a puro egocentrismo?

Quando ero ragazzino vedevo i bambini sul palco… e volevo salirci anche io. Non ci vedo niente di male nell’esibirsi. Forse un po’ di vanità aiuta… La voglia di mostrarsi, di non stare dietro le quinte, non è solo egocentrismo: nasce quando dentro si crede davvero di avere qualcosa da esprimere.

Oggi YouTube, insieme a tanti altri strumenti, ti offre un mezzo per farlo con facilità.  

Come decidi gli argomenti da trattare? Cerchi di accontentare il tuo pubblico oppure segui una tua agenda personale?

All’inizio ho cercato di coinvolgere le persone, poi ho smesso di inseguire questa cosa. Capisco quelli che lo fanno per professione: hanno bisogno di accontentare l’utente. Bisogna saper trovare il compromesso tra ciò che piace a te e ciò che può accontentare gli altri… questo premia nel lungo periodo… ci vuole tempo.

Molti Creator di contenuti – su YouTube, Facebook, Instagram… – inseguono quella famosa “soglia critica”, quella che, a un certo punto, fa precipitare le cose in senso positivo: aumento automatico dei follower, post che diventano virali… a te quando è successo?

Ho aperto la pagina Bella Prof 4 anni fa. A un certo punto la cosa è esplosa, i numeri su Facebook sono cresciuti esponenzialmente.
Ho fatto un video sulla memoria, sui tempi del liceo… e persone che avevano milioni di follower hanno condiviso il mio post.

A quel punto i numeri sono iniziati a crescere in automatico, hanno iniziato a riconoscermi per strada.
La cosa mi ha spaventato, non ero sicuro di volere questo…

Forse non era quello che volevi ma oggi i tuoi numeri parlano chiaro. La tua strategia sui Social è vincente. Te la senti di dare qualche consiglio di web marketing per chi vuole farne una professione?

I Social sono un’estensione di ciò che abbiamo dentro, nel mio caso è stata semplicemente un’evoluzione della mia figura di insegnante.

Il vero indicatore di successo, secondo me, non sono né i follower né le visualizzazioni ma l’indice di monetizzazione di Google: quello è l’indicatore che consiglio di tenere d’occhio. Nel senso che è la prova che l’algoritmo dà valore al tempo che le persone dedicano a seguire i contenuti. L’attenzione, su internet, è la cosa più preziosa che c’è. Nel mio caso, vedo che l’indice CPM sale perché aumenta la durata media delle visualizzazioni. Il web oggi più che mai – in un regime di alta concorrenza – premia la qualità. Contenuti informativi, che durano nel tempo. 

Progetti per il futuro?

Vorrei continuare questa panoramica sui grandi filosofi e teologi, non restare solo sulla Sacra Scrittura, ma interessarmi anche ai dialoghi sulle grandi questioni.

La mia altra grande passione è la Divina Commedia… stiamo realizzando dei documentari su Dante, mi piacerebbe farci una serie tv o un libro su aspetti che nessuno ha mai considerato.

“Soul”, la scintilla e il senso della vita nel nuovo capolavoro firmato Pixar

Soul parla di un uomo che è fortemente convinto di avere un solo scopo nella vita: fare il pianista. Il protagonista, Joe Gardner, insegna musica alle medie e sogna di diventare un musicista jazz professionista e il giorno in cui sta per realizzare il suo grande sogno, dopo anni di duro lavoro, improvvisamente muore. Ma sentendosi beffato dal destino, Joe si rifiuta di morire: disposto a tutto pur di tornare sulla Terra ed avere un’altra chance di vivere la vita che gli spetta di diritto. 

Una scena tratta dal film “Soul”

Da qui inizia il suo viaggio introspettivo verso l’ante-mondo che lo porterà a ridimensionare i suoi obiettivi ossessivi, a tratti paralizzanti, che in fin dei conti lo hanno reso triste, solo e continuamente rifiutato in ambito lavorativo.

La sua smisurata passione per la musica sarà la scintilla per ispirare se stesso e altre persone vicine a lui (in particolare “22”, un’anima oramai smarrita nella ricerca del suo talento) per godere e assaporare giorno per giorno i momenti piacevoli e non della vita, toccando con mano una quotidianità ormai fin troppo trascurata a causa delle nostre vite frenetiche, social, giudizi, guru…

Il protagonista Joe Gardner e suo padre mentre ascoltano un vinile jazz

Al confine tra desiderio e ossessione

Insomma, se riteniamo importante fissare degli obiettivi, è ugualmente producente non rimanerne travolti. Il viaggio di Joe Gardner ci invita a riflettere sui nostri sogni e sulla tenacia nel realizzarli, senza mai dimenticarci di quanto faccia freddo fuori da esso. Molto probabilmente saremo pronti a realizzarli quando – citando Joe Gardner in una scena del film – “saremo pronti a vivere“.

Il senso della vita secondo Soul

Forse il senso della nostra vita troverà finalmente risposta nelle azioni che compieremo quotidianamente, dedicando parte del nostro tempo ad osservare e tracciare la rotta percorsa fino ad oggi, grazie alla nostra bussola più preziosa: la scintilla delle nostre passioni.

Ma questa scintilla, il nostro talento, la nostra vocazione, non coincide necessariamente con lo scopo della nostra vita. Se la ricerca di esso prendesse il sopravvento, si oscurerebbe il senso della nostra esistenza così vasta, sconfinata, a tratti intangibile.
E proprio quando Jon identifica il suo talento con lo scopo della sua vita, Jerry risponde magistralmente:

Non assegnamo scopi, come ti è venuto in mente? La scintilla non è lo scopo di una persona. Oh, voi mentori e le vostre passioni, i vostri scopi. Il senso della vita! Così basici…

Come coltivare i sogni? Ce lo spiega Gandalf

Se chiedessimo ad uno psicologo di individuare le fasi della vita di una persona, molto probabilmente ci spiegherebbe la “teoria del bambino” e i tre stati dell’Io: bambino, adulto, genitore.

Tranquilli, non voglio annoiarvi con questi concetti, anche perché non sono particolarmente esperto, eppure ciò che mi ha sempre incuriosito è il fatto che questi tre stati non si manifestano necessariamente in ordine cronologico, ma coesistono continuamente contribuendo a un equilibrio psicofisico. La carenza, o addirittura totale assenza di uno stato, potrebbe generare qualche tipo di nevrosi nella persona.

In pratica – per esempio – non si è bambini solo in età infantile, ma il suo stato può e dovrebbe emergere durante tutta la vita di una persona. Il problema, come ben evidenziato da Picasso è che:

“Tutti i bambini sono degli artisti nati, il difficile sta nel fatto di rimanerci da grandi”.

Oppure, per dirla alla Renato Rascel:

“Impara l’arte e mettila da parte. Poi c’è gente che la mette così da parte, ma così da parte, che non si ricorda più da che parte l’ha messa!”

In pratica molti adulti sopprimono la loro parte bambina, fatta di giochi, sogni, desideri, relazioni, incoscienza e impulsività: tutti piccoli ingredienti essenziali alla realizzazione dei propri desideri, a volte spenti da un’eccessiva razionalità acquisita durante la crescita.

Eppure basterebbe così poco per continuare a tenere accesa quella piccola fiamma nel nostro cuore.

C’è chi del proprio sogno ne fa un talento indiscusso, diventando personaggi popolari (artisti, sportivi, premi nobel, ecc…). E poi c’è chi non può vivere senza seminare il proprio talento, indipendentemente dalla ricerca di celebrità.

Io, ad esempio, non ho mai smesso di studiare musica, in particolare pianoforte jazz. Non sono mai stato famoso per questo, eppure non potrei mai farne a meno. Ci sono stati momenti in cui ho suonato poco (specialmente durante questa pandemia), periodi in cui mi esibivo nei locali almeno quattro volte a settimana. Continuo inoltre ad insegnare musica ai miei allievi.

Il punto è che non ne posso mai fare a meno.

Forse dietro a tutto questo c’è del talento, ma non mi interessa: a me basta sedermi davanti al pianoforte almeno una mezz’ora al giorno, magari di notte, per potermi ritrovare.

Forse è proprio questo il segreto: adoro sognare in grande, ma mi piace anche raggiungere i miei obiettivi a piccoli passi, giorno per giorno.

Probabilmente mi ha aiutato Gandalf:

«Saruman ritiene che soltanto un grande potere riesca a tenere il male sotto scacco. Ma non è ciò che ho scoperto io. Ho scoperto che sono le piccole cose, le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore. Perché Bilbo Baggins? Forse perché io ho paura… e lui mi dà coraggio».

Lego ritira i carri armati, Disney si scusa. Politically correct e marketing perbenista

Nel frattempo la Disney si scusa per Gli Aristogatti:  il gatto siamese Shun Gon appare “come una caricatura razzista dei popoli dell’Asia orientale con tratti stereotipati esagerati come occhi a mandorla e denti da coniglio. Canta in un inglese poco accentato, doppiato da un attore bianco, e suona il piano con le bacchette. Questa rappresentazione rafforza lo stereotipo dello ‘straniero perpetuo’, mentre il film presenta anche testi che deridono la lingua e la cultura cinese”.

Anche Dumbo (1941) è sotto accusa: la scena dei corvi fumatori di sigari non va bene… e anche Il libro della giungla (1967), poiché gli oranghi sarebbero una caricatura degli afro-americani.

Una scena tratta dal cartone “Il libro della giungla”

D’ora in poi i suddetti film di animazione, prima di essere riprodotti, dovranno riportare un avviso in cui si specifica che i temi trattati appartengono a una rappresentazione del mondo ormai passato.

Il fatto che si renda necessario specificare tutto questo, mi sembra molto più grave di tutto il resto.

I tentativi di negare o nascondere una realtà – seppure passata e lontana – non portano mai a niente di buono. Negare i soldatini nega l’esistenza della guerra? Allora che facciamo con i videogiochi? Con i libri, i film, le fotografie? Internet? O davvero siamo così ingenui da credere che i bambini del 2000 abbiamo come loro punto di riferimento formativo solo i mattoncini Lego?

Il bisogno di dover “guidare” il fruitore di un contenuto culturale verso una direzione mi infastidisce e mi spaventa. Un po’ come dire a un turista che sta guardando il David di Donatello: “Bello vero? Però è solo una statua eh?”

Si perde il valore della rappresentazione, che portà dentro di sé tutta l’imperfezione di cui è intrisa la natura umana stessa.

Insomma, tutto puzza troppo di un perbenismo che mira solo ad aumentare i consensi intorno al marchio, e a zittire persone troppo polemiche che – grazie ai Social – moltiplicano la propria efficacia comunicativa.

Il marketing perbenista. Chiedo scusa ma faccio davvero fatica a digerirlo.

Come ci prendiamo cura dei nostri clienti? Il metodo Batman

Di sicuro non ci lamentiamo, il nostro lavoro e quello dei collaboratori con cui viviamo la quotidianità delle nostre giornate non ci pesa, le ore trascorrono velocemente: insomma… per dirla alla Confucio

“Scegli il lavoro che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita”.

Qualche secolo più tardi è arrivato Steve Jobs affermando:

“L’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fai”.

Di sicuro la rotta imprenditoriale ci risulta corretta, ma spesso mi chiedo se oltre alla direzione, occorre correggere le modalità con cui ci relazioniamo ai nostri clienti per realizzare ciò che hanno di più caro nella vita: i loro sogni. Non c’è niente di più delicato, a volte ho paura di essere eccessivamente invasivo, a volte leggermente superficiale.

Proprio qualche giorno fa, mentre leggevo un fumetto di Batman, mi sono imbattuto in una vignetta davvero stimolante. D’altronde cosa aspettarsi da Bruce Wayne in qualità di CEO della Wayne Entraprise? Nel fumetto n. 457 di Detective Comics del 1976 l’uomo pipistrello salva un povero anziano da un borseggio che gli avrebbe sottratto quei pochi dollari rimasti in tasca per continuare a vivere. Dopo aver sventato l’attacco dei rapinatori, Batman si sente chiedere:

“Posso farti una domanda?”
“Certo” disse Batman.
“Dai la caccia ai criminali internazionali… Dicono che sei il più grande detective del mondo! Perché occuparsi di una banale rapina?”
“Un crimine è un crimine… e per lei la perdita di un dollaro conta di più del furto di mille dollari a un banchiere!”.

Batman’s Detective Comics 457 – The murder that created Batman (1976)

La reazione di Batman è sorprendente! E il suo approccio è davvero persuasivo, tanto da sentirsi ispirati. Forse il suo insegnamento è proprio questo.

Non dovremmo mai dare nulla per scontato: ogni domanda di un potenziale cliente ha la sua valenza, ha un certo peso nel suo processo decisionale, anche se per noi può risultare una richiesta banale proprio perché noi in questo mondo ci viviamo. 

Spesso, durante le prime riunioni, proviamo il più possibile ad esplicitare l’ovvio, e soprattutto, chiediamo ai clienti cosa ne pensano delle nostra visione e cosa hanno imparato.
Preferiamo intraprendere riunioni brevi e costruttive.

A volte entrare in profondità della sfera emotiva e motivazionale del cliente ci aiuta a sostenerlo, a farlo sentire protetto, e soprattutto incoraggiato a realizzare i suoi progetti: è proprio in questa fase che si diramano la maggior parte delle paure e si inizia a sognare in grande. 

Grazie a questo approccio conosciamo più a fondo la forza del sogno e cosa è possibile costruire insieme al cliente, in una visione di breve e lungo periodo.

E per noi un grande evento internazionale o una piccola start-up nella periferia di Roma, meritano la medesima cura e attenzione.

Jean van de Velde

Trova il tuo swing. La straordinaria storia di Jean van de Velde

La Francia, un po’ come l’Italia, non ha mai registrato una particolare predilezione per il gioco del golf… eppure Jean van de Velde si avvicina a questo sport da piccolissimo: quando si iscrive per la prima volta a un circolo di golf è così piccolo che gli istruttori devono segare il manico di una mazza per riuscire a farlo giocare!

Il francese dimostra di essere un più che discreto giocatore, inizia a vincere tornei via via più prestigiosi, fintanto da arrivare al British Open del 1999.

Fin dall’inizio del torneo balza in testa alla classifica. All’inizio il pubblico e i giornalisti specializzati del settore lo giudicano un fuoco di paglia… ma Jean continua a vincere e iniziano a interessarsi a questo elegante e sconosciuto francese.

Anche le conferenze stampa, organizzate alla fine di ciascuna giornata del torneo, iniziano via via a riempirsi di giornalisti. Gli esperti di settore iniziano a scoprire la biografia di questo aspirante campione, i giornalisti iniziano a curiosare sulla sua vita privata, la Francia si sveglia e scopre – quasi per la prima volta – sia il golf sia il suo campione che sta facendo parlare di sé in Europa e nel mondo.

Sull’entusiasmo del pubblico francese – e di tanti altri nuovi simpatizzanti – Jean van de Velde arriva alla finale del torneo con ben 3 colpi di vantaggio… in pratica ha la vittoria già in tasca!

Il destino, la fortuna, forse l’inesperienza, forse proprio la paura di vincere, sta di fatto che inizia, per il giocatore francese, quella che sarà certamente ricordata come la peggiore giornata della sua vita.

Jean non cambia il suo approccio aggressivo al gioco che lo ha portato fino in finale, e al primo colpo spara con il drive la sua pallina… che però finisce a due passi dall’acqua, nell’erba alta (rough).

Malgrado il rischio appena corso Jean si mostra spregiudicato e spara ancora forte la sua pallina in direzione dell’ancora lontano green. Subito dopo aver colpito sente un boato di incredulità provenire dalle tribune di fronte a lui. Jean, curioso di capire cosa è successo alle sua pallina, si muove rapidamente verso il tiro successivo.

La pallina appena lanciata aveva toccato la ringhiera di ferro degli spalti (e già qui le probabilità erano assai basse) ed era tornata indietro, di nuovo nell’erba alta.

Jean fa un grosso respiro e batte il suo terzo tiro… e stavolta la pallina finisce nell’acqua. Ancora incredulo Jean, noncurante delle migliaia di persone che lo stanno osservando, si alza i pantaloni, toglie le scarpe ed entra in acqua per capire se può tirare la pallina da lì. 

I fotografi lo immortalano in pose che diventeranno istantanee storiche ed emblematiche della bizzarra giornata del golfista francese. Tra gli scherni del pubblico e dei suoi compagni di gioco, Jean decide di droppare (ovvero riprendere la pallina e rimetterla in gioco su terreno valido).

Jean Van De Velde in the brook after putting his ball into the water on the 18th (Photo by Michael Steele/EMPICS via Getty Images)

Tutti si aspettano che finalmente il suo ennesimo tiro porti la pallina sul green… e invece finisce nel bunker, ovvero un banco di sabbia che separa appunto il green dal resto del terreno di gioco: un’altra locazione da cui è davvero difficile effettuare un buon tiro.

Come se non bastasse, il suo compagno di squadra, anche lui con la pallina nello stesso bunker, effettua il tiro prima di lui… e, con un colpo quasi impossibile, mette in buca la pallina direttamente da lì!

Jean, con una situazione psicologica che metterebbe a dura prova qualunque campione, colpisce la pallina che finisce finalmente nel green, per poi metterla in buca con un buon putt (dal tipo di bastone che si usa sul green, in prossimità della buca).

Malgrado la partita da dimenticare, riesce dunque ad arrivare ai playoff… ma l’incantesimo ormai si è spezzato: perderà infatti contro Paul Lawrie.

Tornato in patria Jean van de Velde viene ostracizzato. Umiliato e deriso, per il modo in cui non ha saputo gestire il vantaggio nel torneo, viene letteralmente trascinato dalle stelle alle stalle e stigmatizzato come perdente.

Jean van de Velde non nasconde il suo disappunto, confessa di aver pianto al termine del torneo, rendendo pubblico il suo sconforto per la mancata vittoria.

Eppure qualcosa di incredibile lo attende. L’anno dopo, nel circolo di golf dove Jean insegna, il club si ritrova improvvisamente invaso da tantissimi giovani ragazzi che, avendo seguito la bizzarra e sfortunata avventura del loro beniamino, si erano avvicinati a questo sport per la prima volta e avevo quindi deciso di imparare a giocare.

Eccola allora l’eredità di Jean: le sue gesta hanno condizionato – in positivo – un Paese intero che ha riscoperto l’amore (o perlomeno l’interesse) verso uno sport quasi dimenticato. E hanno condizionato anche la sua stessa esistenza: da campione (mancato) a insegnante e formatore di successo.

Vittoria e fallimento sono pur sempre due facce della stessa medaglia.


Se questa storia vi ha appassionato, vi consigliamo vivamente anche La Leggenda di Bagger Vance (libro e film) sempre sul rapporto tra golf e umanità, il titolo di questo articolo è una citazione tratta da questo bellissimo film.

Il morso del cane che salvò una squadra dalla retrocessione

Il Torquay United, durante la stagione di calcio inglese del 1986/87 (League One) giocava per la salvezza. Questa squadra di provincia non aveva mai avuto la pretesa di vincere il campionato, eppure era sempre riuscita a cavarsela in un modo o nell’altro.

Questa volta però era stata istituita per la prima volta la retrocessione automatica per l’ultima classificata. Arrivati all’ultima giornata di campionato questa era la situazione a fondo classifica:

LONDON CITY 48 punti
TORQUAY 47 punti
BURNLEY 46 punti

Quel sabato 9 maggio 1987, dunque ultima giornata di campionato – e destinata a passare alla Storia – il Torquay fronteggia in casa il Crewe (squadra di centro classifica ormai salva). I quattromila tifosi sugli spalti sanno di assistere, con molta probabilità, all’ultima partita della storia della città: la retrocessione avrebbe infatti certamente portato al fallimento lo storico club. Invece ciò che sta per accadere ha dell’incredibile… questa incredibile storia è stata raccontata anche in un documentario su Netflix, dal titolo LOSER.

Una foto del Torquay Stadium

Le cose non vanno bene per il Torquay: alla fine del primo tempo è sotto di due gol! E come se non bastasse arriva la notizia che il Buntley (ultima in classifica) sta vincendo.

A peggiorare ulteriormente la situazione, la tensione serpeggiante tra i tifosi inizia a trasformarsi in viva protesta, al punto che in campo iniziano a volare pezzi di recinzione e la polizia è costretta a creare un cordone di sorveglianza tra il pubblico e i giocatori, ogni agente ha con sé un cane poliziotto, allo scopo di scoraggiare eventuali invasioni di campo.

Poi accade l’inaspettato: Jim McNichol, terzino del Torquay, segna un gol su punizione, 2 a 1.

Il gol di Jimmy riaccende le speranze

Il pubblico si esalta: adesso c’è speranza! Con un pareggio infatti il Torquay sarebbe stato comunque salvo per differenza reti.

Ma la sfortuna sembra davvero avere scelto questa squadra come vittima prediletta.

A 10 minuti dalla fine, la palla finisce in calcio d’angolo. Lo stesso McNichol, autore del gol, corre verso la bandierina… ma non presta attenzione a Bryn.

Bryn è un cane poliziotto, il pastore tedesco gestito dall’agente John Harris che, concentrato sulle tribune, non può fare nulla per fermare ciò che sta per accadere.

Bryn morde il giocatore su una coscia, probabilmente per averlo visto sbucare all’improvviso alle sue spalle. Jim McNichol cade a terra, sanguinante. Sugli spalti scoppia il finimondo: il pubblico inizia a inveire contro l’agente, che a malapena si è accorto dell’accaduto. La tensione sale alle stelle. Per giunta il Torquay ha esaurito le sostituzioni.

Il momento in cui il giocatore del Torquay viene morso dal pastore tedesco Bryn: nemmeno i giocatori, all’inizio, erano riusciti a comprendere ciò che era realmente accaduto.

Jim McNichol dopo essere stato medicato decide strenuamente di restare in campo, seppur palesemente claudicante, e l’arbitro assegna 4 minuti di recupero mentre arriva la notizia del secondo gol dello Swensea contro il Lincoln City: il pareggio salverebbe ufficialmente il Torquay dalla retrocessione.

All’ultimo minuto di recupero, Paul Dubson, attaccante del Torquay riesce a rubare palla agli avversari e a segnare la rete del pareggio! Il Torquay è salvo! Vi lasciamo immaginare la bolgia che seguì.

Tutti i giocatori si lasciarono andare a festeggiamenti sfrenati, eccetto il povero McNichol, portato di corsa in ospedale: serviranno 17 punti di sutura sulla coscia per fermare l’emorragia.

Il cane Bryn diventò la nuova mascotte della squadra. McNichol, una volta ripresosi dall’infortunio, incontrò il cane e l’agente di polizia nel giardino di casa sua. Anche il presidente del Torquay volle incontrare il cane: lo omaggiò con un gigantesco osso e una sciarpa della squadra.

Bryn e McNichol fanno… pace.

L’agente John Harris rimase in servizio con il cane Bryn fino all’ultimo giorno di lavoro. Quando entrambi andarono in pensione, il cane restò al suo fianco anche nella vita. Purtroppo Bryn morì dopo solo 1 anno dal congedo, l’agente Harris conservò le sue ceneri in casa.

La regina degli scacchi

Vuoi aumentare le tue vendite? Guarda più serie TV

Ma i dati più eclatanti sono i numeri che girano intorno a questo fenomeno mediatico.

Su Google Trends ci accorgiamo che la ricerca del termine “scacchi” è più che raddoppiata. Anche le query correlate, ad esempio “come giocare a scacchi” o “regole scacchi” hanno raggiunto dei picchi di ricerca vertiginosi.

Per non parlare dei principali portali di vendita digitale come Amazon e eBay: le transazioni sugli scacchi hanno letteralmente soppiantato le vendite degli attrezzi per allenarsi a casa (+215%). E i negozi fisici? Molte tabaccherie e negozi di giocattoli hanno spolverato qualche vecchia scacchiera dal magazzino per metterla in vetrina.

E ancora, il numero di giocatori online è quintuplicato su Chess.com e più che raddoppiato su Twitch.

Il romanzo di Walter Tevis su cui è basato La Regina degli Scacchi entra nella TOP 10 bestseller New York Times dopo 37 anni dalla sua pubblicazione.

Gli occhi ammalianti di Anya Taylor-Joy e il talento di Beth Harmon, hanno non solo affascinato milioni di abbonati, ma hanno contribuito inconsapevolmente a creare un mercato redditizio, rispondendo ad una domanda sempre più in espansione.

La prontezza nel saper leggere i fenomeni mediatici è determinante.

Questo evento, a mio giudizio, ci fa comprendere quanto sia essenziale studiare costantemente, informarsi e rispondere ai fenomeni in crescita, a quello che succede anche all’esterno del proprio territorio. 

Molto probabilmente, per influenzare il mercato, possiamo imparare ad essere più ricettivi su come si evolvono i gusti, i costumi, cosa piace e cosa torna a piacere e sviluppare una propria offerta. Molto probabilmente impareremo ad anticipare i trend di mercato.

Insomma… accogliamo l’invito dei nostri genitori a studiare costantemente, altrimenti faremo la fine di Woody Allen che diceva:

Sono l’unico giocatore di scacchi che si è infortunato durante la preparazione atletica.

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